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Il Chinino di Stato - Chinina

Silvia VernoticoSilvia Vernotico 13 min
Il Chinino di Stato - Chinina

Siamo a Loja, anno 1630 circa, in una foresta umida sul versante orientale delle Ande, oggi Ecuador, allora l'estremo nord del Vicereame del Perù. Un uomo stacca la corteccia da un albero, la raschia, la scioglie in una tazza d'acqua. È terribilmente amara.

Una tradizione storica gli dà un nome: Pedro Leiva, capo del popolo Palta della zona di Malacatos. Secondo il racconto riportato da José Arias e difeso da Alfonso Anda Aguirre e ricostruito in una rassegna delle fonti pubblicata nel 2026 su Emerging Infectious Diseases¹, Leiva usa quella corteccia per curare un missionario gesuita in preda alle febbri. Il gesuita guarisce. E con lo stesso rimedio guarisce poi Juan López Cañizares, corregidor di Loja, intorno al 1630.

Da lì il sapere esce dalla foresta: passa dai nativi ai missionari, e dai missionari alle autorità coloniali. I gesuiti capiscono la portata della cosa.

Raccolgono le informazioni dai nativi, le fanno circolare tra le missioni e i collegi, le mettono per iscritto nei ricettari delle proprie speziere, quelle di San Pablo e di Santiago. Mantengono per decenni un monopolio di fatto sulla corteccia¹.

Una tradizione vuole che sia stato Bernabé Cobo, nel 1632, a portarne un primo campione in Europa². Le esportazioni regolari verso la Spagna cominciano intorno al 1640; Roma e Parigi arrivano circa dieci anni dopo¹. Roma è il posto giusto. Le paludi dell'Agro Romano arrivano alle porte della città e ogni estate le febbri mietono vittime. La causa viene sposata da un uomo potente, il cardinale spagnolo Juan de Lugo, teologo gesuita, che conosce la corteccia nel 1643 e ne diventa il promotore più autorevole d'Europa. Fa analizzare il rimedio da Gabriel da Fonseca, medico del papa, e ne sostiene la distribuzione ai malati della città³. Il nome con cui la polvere circola nelle farmacie dice tutto: pulvis cardinalis⁴.

Intorno alla metà del secolo lo speziale Pietro Paolo Puccerini pubblica la Schedula Romana: un foglio con le istruzioni per l'uso, le dosi, i tempi. È il più antico testo a stampa noto che citi la corteccia come rimedio per le febbri, in sostanza, il primo foglietto illustrativo della farmacologia europea. Sulla data le fonti divergono di due anni, 1649 o 1651, e nessuno ha ancora chiuso la questione⁵.

C'è un problema, però. L'Europa del Seicento non può raccontare che la più grande scoperta terapeutica del secolo l'ha fatta un capo indigeno delle Ande. E così, nel 1663, il medico genovese Sebastiano Bado pubblica un'altra versione.

Siamo a Lima, anno 1638. La contessa di Chinchón, moglie del viceré del Perù, giace consumata dalle febbri terzane. Le portano la corteccia. Guarisce. E da nobildonna illuminata la fa caricare sulle navi per la Spagna e la distribuisce ai poveri delle sue terre. È una storia perfetta. La polvere prende perfino un nuovo nome: pulvis comitissæ, polvere della contessa⁴.

Nessuno ne verifica la veridicità per quasi tre secoli. Poi, nel 1941, A. W. Haggis va a controllare i documenti⁶ˑ⁷. La contessa identificata da Clements Markham, Ana de Osorio, era morta nel 1625, tre anni prima che suo marito diventasse viceré. Nei diari di corte del conte di Chinchón, non c'è traccia di febbri della moglie a Lima⁶.

Della leggenda resta solo il nome. Nel 1742 Linneo battezza il genere botanico in onore della contessa. E sbaglia la trascrizione: non Chinchona, ma Cinchona⁸.

Intanto la terapia rimane invariata nei secoli: tronchi, scaglie, polvere amara di corteccia importata dal Sudamerica. Ma c'è un problema che nessuno riesce a risolvere.

L'efficacia varia in modo imprevedibile. Alcune partite guariscono, altre no. Le ragioni sono molte e tutte invisibili a un medico del Settecento: specie botaniche diverse con contenuti di alcaloidi diversissimi, corteccia presa dai rami anziché dal tronco, degradazione durante mesi di traversata atlantica, adulterazioni dei mercanti, cortecce false e perfino tossiche vendute sui mercati. Una preparazione standardizzata non esiste prima della fine degli anni Trenta del Settecento³. Nessuno sa che cosa ci sia, esattamente, in quel legno amaro. Si dosa a cucchiai una sostanza di cui si ignora la natura. Un farmaco che funziona una volta su due non è un farmaco. È una partita a dadi.

Parigi, autunno 1820, qui entrano in scena due giovani farmacisti francesi. Pierre-Joseph Pelletier e Joseph-Bienaimé Caventou hanno già isolato la stricnina nel 1818 e la brucina nel 1819⁹. Applicano alla corteccia di china le tecniche della chimica organica nascente.

Non partono da zero. Dieci anni prima il portoghese Bernardino António Gomes aveva estratto dalla china una sostanza che credeva pura e aveva chiamato cinchonino¹⁰. Pelletier e Caventou dimostrano che quel cinchonino non era una sostanza. Era una miscela. Dentro c'erano almeno due alcaloidi distinti. Riescono a separarli: la cinconina e la chinina¹¹.

Poi i due fanno una cosa che nessuno si aspetta. Pubblicano l'intero procedimento. Non lo brevettano. Chiunque, ovunque, può produrre la molecola. Nel 1827 l'Académie des sciences assegnerà loro il premio Montyon: diecimila franchi, nella categoria «perfezionamento dell'arte di guarire»⁹ˑ¹⁰.

La chinina è un alcaloide con due anime legate insieme: un anello chinolinico aromatico e un sistema biciclico rigido chiamato chinuclidina, uniti da un carbonio che porta un gruppo alcolico. Più centri stereogenici le danno una geometria tridimensionale precisa.

Il bersaglio è il Plasmodium, il parassita trasmesso dalle zanzare Anopheles. La chinina agisce sulle forme che vivono dentro i globuli rossi¹².

Quale è il suo meccanismo? Il parassita entra nel globulo rosso e digerisce l'emoglobina per nutrirsi. Digerendola libera eme, tossico per lui stesso. Per non avvelenarsi lo impacchetta in cristalli inerti: l'emozoina, il pigmento scuro che si osserva al microscopio. A questo punto la chinina si accumula nel vacuolo digestivo e ostacola questa detossificazione; l'eme libero cresce, e il parassita muore delle proprie scorie¹³.

Ma c'è un altro problema. La molecola si estrae ancora da un albero che cresce solo in Sudamerica. E a metà Ottocento le foreste di Loja sono esaurite.

Gli imperi europei fanno a gara per procurarsi semi da coltivare nelle proprie colonie. C'è un uomo che quei semi sa dove trovarli. Si chiama Manuel Incra Mamani, è un cascarillero boliviano, e dal 1843 lavora per il commerciante inglese Charles Ledger¹⁴. Ha individuato una varietà con un contenuto di alcaloidi molto superiore alla media. Nel 1865 i semi arrivano a Londra e vengono venduti al governo olandese. Gli olandesi li piantano a Giava. Quegli alberi forniranno la maggior parte del chinino mondiale per gran parte del Novecento¹⁵.

Settant'anni dopo Parigi, la malaria è il problema sanitario nazionale italiano. Le prime statistiche sanitarie, nel 1887, fotografano un Paese in ginocchio: circa ventimila morti l'anno e una stima di due milioni di casi. Oltre un terzo del territorio è colpito¹⁶. Maremma toscana, Agro Pontino, Sardegna, coste meridionali: terre fertili e inabitabili. La malattia non uccide soltanto. Paralizza l'agricoltura, svuota i paesi, tiene in ostaggio l'economia di mezzo Paese. Il chinino funziona, ed è noto come trattamento efficace fin dal primo Settecento¹⁶. Ma sul mercato privato è caro e il bracciante che ne avrebbe bisogno non può permetterselo.

Negli stessi anni la scienza italiana chiude il cerchio: Camillo Golgi descrive i cicli dei plasmodi, Giovanni Battista Grassi dimostra tra il 1898 e il 1899 il ruolo delle Anopheles¹⁷. Ora si sa chi è il nemico, come viaggia, e con che cosa si combatte.

Quello che succede dopo è un atto di politica sanitaria radicale. Nel 1898 Angelo Celli, Giustino Fortunato e Leopoldo Franchetti riportano la questione in Parlamento¹⁹. 

Poi, una tappa alla volta. La Legge 505 del 23 dicembre 1900, proposta da Leone Wollemborg: lo Stato acquista direttamente la materia prima e la rivende a prezzo imposto attraverso le farmacie e le privative, cioè le rivendite di sali e tabacchi¹⁸ˑ¹⁹. La Legge 406 del 1901: censimento delle zone malariche, obbligo di cura, protezione delle abitazioni dei lavoratori, riconoscimento della malaria perniciosa come infortunio sul lavoro ma solo se il chinino non era stato distribuito¹⁹. Le Leggi 224 del 1902 e 209 del 1904: chinino gratuito per le famiglie dei coloni e per il trattamento delle recidive¹⁹. Nel 1907 le norme sul chinino escono dalla legislazione d'emergenza ed entrano nel Testo unico delle leggi sanitarie: la malaria smette di essere un'eccezione e diventa materia ordinaria di sanità pubblica. Le Legge 831 del 1933: la gratuità si estende a chi contrae la malattia sul luogo di lavoro pur non risiedendo in zona malarica¹⁹.

Il tratto geniale è la distribuzione. Il Regno d'Italia pensa ad una rete capillare che arriva nei comuni più remoti e non è la farmacia. Il farmaco salvavita si prende dove si comprano il sale e i sigari, a prezzo calmierato, senza ricetta, nelle tabaccherie¹⁸. La produzione è del Monopolio di Stato. All'inizio la lavorazione avviene presso il Laboratorio chimico farmaceutico militare di corso Siccardi, a Torino. Nel 1916 il comune assegna un'area di quattordicimila metri quadri, e nel 1922 viene inaugurato un impianto dedicato: il Laboratorio Chinino di Stato, una decina di capannoni, fino a centocinquanta dipendenti²⁰.

Per smettere di dipendere dagli olandesi, il Monopolio compra terreni a Giava e vi pianta la china. Nel 1928 arrivano i primi carichi di corteccia propria, e il laboratorio comincia a produrre compresse con materia prima sua²⁰.

I casi ufficiali passano dai 323.312 del 1905 a circa un terzo nel 1914¹⁶. Ma la svolta era cominciata prima. Gilberto Corbellini colloca la svolta già dopo il 1887, cioè prima delle leggi, con un impatto epidemiologico che in un decennio scende di sette volte. E il merito, scrive, fu un insieme di cose: il miglioramento degli ecosistemi agricoli e il crollo del prezzo della chinina sul mercato olandese¹⁶. Le bonifiche idrauliche, lo sviluppo economico delle campagne e, dal 1943, il DDT faranno il resto¹⁶.

L'Organizzazione mondiale della sanità dichiara l'Italia libera dalla malaria il 17 novembre 1970¹⁶.

Il Chinino di Stato non ha solo sconfitto la malaria. Ha fatto qualcosa di più, ha reso una cura disponibile a chi non poteva pagarla, e ha trasformato la salute dei braccianti da sfortuna privata a responsabilità pubblica.

Alla fine, in questa storia, non c'è un eroe solo.

C'è Pedro Leiva, che sapeva qualcosa che gli europei non sapevano. Ci sono i gesuiti, che per una volta usarono una rete globale per far circolare un rimedio invece che un dogma. C'è Juan de Lugo, che spese il proprio potere per distribuire una polvere ai malati di Roma. Ci sono Pelletier e Caventou, che isolarono la molecola e regalarono il metodo al mondo. C'è Manuel Incra Mamani, che morì per dei semi e a cui non fu intitolato nemmeno l'albero. Ci sono Celli, Fortunato e Franchetti, che fecero di un farmaco una legge.

E ci sono i tabaccai di duemila paesi italiani, che per mezzo secolo hanno venduto il sale, i sigari e il chinino. Quattro secoli, tre continenti, una corteccia amara.

Il suo nome commerciale era Chinino di Stato, il suo principio attivo è la chinina.

Note e fonti

  1. Rojas-Jaimes J., Rodríguez-Gómez S., Lombardi G.P., Discovery of Cinchona as Antimalarial, Viceroyalty of Peru, Circa 1630, Emerging Infectious Diseases 32(7), luglio 2026, pp. 1141–1149. DOI: 10.3201/eid3207.260042. Testo integrale

  2. Il viaggio di Bernabé Cobo del 1632 è riportato da fonti enciclopediche e non trova conferma in [1], che per le esportazioni verso l'Europa indica il 1640 circa per la Spagna e un decennio più tardi per Roma e Parigi. Va considerato tradizione, non dato accertato.

  3. Gachelin G., Garner P., Ferroni E., Tröhler U., Chalmers I., Evaluating Cinchona bark and quinine for treating and preventing malaria, Journal of the Royal Society of Medicine 110(1), 2017, pp. 31–40: ruolo di de Lugo e dell'analisi di Fonseca, ostilità confessionale, assenza di preparazioni standardizzate prima della fine degli anni Trenta del Settecento. James Lind Library

  4. Rompel J., Jesuit's Bark, in The Catholic Encyclopedia, vol. 8, New York, Robert Appleton Company, 1910: attesta pulvis comitissæ per la polvere distribuita dalla contessa tramite il collegio gesuitico di San Paolo a Lima, e pulvis cardinalis, pulvis Lugonis in onore del cardinale de Lugo; riporta inoltre l'annuncio del 1658 sul Mercurius Politicus relativo alla «Jesuit's powder». Testo — Fonte del 1910, dichiaratamente di parte gesuitica nel merito della controversia: affidabile per i nomi latini, da maneggiare con cautela sulle attribuzioni di merito.

  5. Sulla Schedula Romana le fonti divergono: il 1651 è la datazione di Haggis [6], ripresa da [1]; il 1649 è indicato da [3] e da altre ricostruzioni.

  6. Haggis A.W., Fundamental Errors in the Early History of Cinchona, Bulletin of the History of Medicine 10, 1941, pp. 417–459: la morte di Ana de Osorio nel 1625 e l'assenza di qualsiasi menzione delle febbri della contessa nei diari di corte del conte di Chinchón. Digitalizzazione

  7. Jaramillo-Arango J., A Critical Review of the Basic Facts in the History of Cinchona, Journal of the Linnean Society of London, Botany 53(352), 1949, pp. 272–311 — conferma indipendente delle conclusioni di Haggis. Estremi non confermati su fonte indipendente: da verificare sull'originale.

  8. Linnaeus C., Genera Plantarum, ed. 2, Leiden 1742, p. 413, dove il genere è descritto con la grafia Cinchona (alcune citazioni datano la seconda edizione al 1743); e Markham C.R., A Memoir of the Lady Ana de Osorio, Countess of Chinchon and Vice-Queen of Peru (A.D. 1629–39), with a Plea for the Correct Spelling of the Chinchona Genus, Londra, Trübner & Co., 1874 — la proposta di correzione è nel sottotitolo stesso. Recensito in Nature 11, 1875, pp. 383–384. Recensione

  9. Voce Pelletier, Pierre-Joseph, Encyclopedia.com (da Dictionary of Scientific Biography): stricnina 1818, brucina 1819, cinconina e chinina 1820, caffeina 1821; premio Montyon 1827, diecimila franchi, assegnato dall'Académie des sciences. Scheda

  10. La découverte de la quinine par Joseph Pelletier et Joseph B. Caventou (1820), Revue de Biologie Médicale, 2020: il cinchonino di Gomes, pubblicato nel 1811 su lavoro del 1810, si rivelò una miscela contenente almeno chinina e cinconina; la categoria del premio Montyon, «sur le perfectionnement de l'art de guérir»; i due rinunciarono a ogni diritto sul procedimento. PDF

  11. Pelletier P.-J., Caventou J.-B., Recherches chimiques sur les quinquinas, Annales de chimie et de physique 15, 1820, pp. 289–318 e 337–365. Memoria letta all'Académie des sciences l'11 settembre e il 16 ottobre 1820, pubblicata in dicembre.

  12. Achan J., Talisuna A.O., Erhart A. et al., Quinine, an old anti-malarial drug in a modern world: role in the treatment of malaria, Malaria Journal 10:144, 2011. DOI: 10.1186/1475-2875-10-144: azione schizonticida rapida sulle forme intraeritrocitarie; la rassegna afferma inoltre che «the anti-malarial mechanism of action of quinine is unknown». Testo integrale

  13. Olafson K.N., Nguyen T.Q., Rimer J.D., Vekilov P.G., Antimalarials inhibit hematin crystallization by unique drug–surface site interactions, PNAS, 2017: inibizione della cristallizzazione dell'ematina da parte dei chinolinici, chinina inclusa, e dibattito tuttora aperto sul sottomeccanismo. PMC5530657

  14. Gramiccia G., The Life of Charles Ledger (1818–1905): Alpacas and Quinine, Macmillan, Londra 1988, xiv+222 pp., ISBN 0-333-45710-2; e Gramiccia G., Ledger's cinchona seeds: a composite of field experience, chance, and intuition, Parassitologia 29(2–3), 1987 — due opere distinte. Per i semi del 1865, la resa eccezionale della varietà (dall'8 al 13,25% di chinina contro l'1,5% abituale) e la sorte di Mamani, incarcerato e percosso, si veda Zhu L., Products of the Empire: Cinchona, Cambridge University Library, cit. [15].

  15. Goss A., Building the world's supply of quinine: Dutch colonialism and the origins of a global pharmaceutical industry, Endeavour 38(1), 2014, pp. 8–18. DOI: 10.1016/j.endeavour.2013.10.002 — tra il 1890 e il 1940 le piantagioni di Giava fornirono la maggior parte della corteccia per l'industria del chinino. Per una stima quantitativa: Zhu L., Products of the Empire: Cinchona: a short history, Royal Commonwealth Society collections, Cambridge University Library, 27 giugno 2018, che attribuisce alle piantagioni delle Indie orientali olandesi il 97% della produzione mondiale contro il 2,5% dell'India britannica — cifra priva di indicazione d'anno. Risorsa Cambridge

  16. Corbellini G., Cinquant'anni senza malaria, Scienza in rete, 22 ottobre 2020: dati del 1887 (20.000 morti, due milioni di casi, 2.000 Comuni su 8.632), casi del 1905 e del 1914; efficacia del chinino nota dal primo Settecento; tesi multifattoriale sul declino; DDT dal 1943; dichiarazione OMS del 17 novembre 1970. Articolo

  17. Cox F.E.G., History of the discovery of the malaria parasites and their vectors, Parasites & Vectors, 2010: Golgi distingue terzana e quartana nel 1885–86 sulla base delle forme eritrocitarie; Grassi e Bignami ottengono nel 1898 la prova definitiva della trasmissione per via di zanzara, e il gruppo italiano completa i cicli entro il 1900. Nota: il legame tra accesso febbrile e rottura degli schizonti è attribuito a Laveran, non a Golgi. PMC2825508

  18. Archivio Centrale dello Stato, Guida ai fondi — Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (1884–1992): la legge 505/1900 introduce il monopolio della produzione del chinino per combattere la malaria, con laboratorio a Torino, senza finalità fiscali, e cessa con la scomparsa della malattia; la guida ricostruisce anche la Direzione generale delle privative (r.d. 557/1893) e la rete di vendita al dettaglio di sali e tabacchi. Scheda

  19. Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, Leggi di Stato: bonifica e chinino: il ritorno della questione in Parlamento nel 1898 dopo le proposte inascoltate del 1895; leggi 505/1900, 406/1901, 224/1902, 209/1904; Testo unico del 1907, che definisce le zone malariche in base al numero dei casi anziché alla presenza di Anopheles; legge 831/1933. Scheda

  20. Scheda Laboratorio Chinino di Stato, MuseoTorino: area assegnata nel 1916, inaugurazione del 1922, circa centocinquanta addetti, primi carichi di corteccia da Giava nel 1928, consumo di 38.678 chili nel 1939. Scheda

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